Gianni Ferracuti: Parmenide e la capra – ebook

Gianni Ferracuti
Parmenide e la capra

Parmenide e la capra è un breve trattato, molto “orientale”, sull’alchimia del sentire e sulla critica dell’idea dell’essere. Si tratta di due aspetti connessi al tema dell’Arkhé, dell’«origine», intesa sia nel senso greco del momento iniziale del divenire della realtà, sia come radice attuale del dinamismo del reale: il reale è attivo per se stesso in virtù del suo potere, da cui emana come da una sorgente perenne.
Questa sorgente inesauribile è il potere del divino in attività, che produce e regge l’universo. Interno al reale, come un frammento di esso, lo sguardo dell’individuo non può andare oltre l’osservazione dell’effetto del potere in attività (la “natura naturans”, nell’espressione della scolastica medievale), non può cioè costruire una filosofia che sia davvero meta-fisica; può, però, demolendo l’illusorio concetto di “essere”, percepire la natura come una totalità organica e vivente con la quale è in comunicazione.
Tra la persona e la realtà non c’è né un legame logico, né un distanziamento insuperabile, né una confusione panteista, bensì una comunicazione vitale che, nel sentire personale, pur tra mille voci a volte contraddittorie e ambigue, lascia trasparire un’eco della voce divina.
Nel mondo troviamo tante realtà diverse, e di tutte predichiamo l’entità, operando già una separazione concettuale tra l’entità, che è unica, e le cose singole, che sono tante, molteplici, diverse, irriducibili tra loro. Quando parliamo dell’albero come di un ente, abbiamo già astratto dall’albero (che è concreto, produce mele, secca e diventa legna da ardere) qualcosa che non è albero ma: «albero a prescindere da tutte le sue caratteristiche eccetto l’esistenza».
Il concetto di ente contiene già la teoria dell’essere. Però non spiega come sia possibile prescindere da tutte le caratteristiche dell’albero tranne una: quando operiamo questa astrazione, non parliamo di alberi reali, prescindiamo completamente dall’intero mondo della nostra esperienza e parliamo di un albero che non abbiamo mai percepito con i sensi. La complessa realtà dell’albero viene separata dal suo puro essere qui – un albero che non esiste e di cui dimostriamo l’esistenza con il ragionamento. Esser-qui, di che? Non l’esser-qui di una cosa reale, ma un esser-qui indeterminato e senza cose: un fantasma.
Ente viene da ens, traduzione latina del greco on, participio presente del verbo essere in una strana forma neutra. Vuol dire essente, ed è tratto da una situazione reale. Significa che dinanzi agli occhi di Parmenide seduto su una panca c’è la capra, l’erba che la capra sta brucando, poco più in là c’è Zenone, vicino la brocca del vino, e da qualche parte un ruscello di cui si sente lo scorrere dell’acqua. Tutte queste cose sono qui, presentemente, ma ciascuna così come è: la capra come capra, e andrà al ruscello a bere; Parmenide come Parmenide, Zenone come Zenone, ed entrambi bevono il vino.
Ognuna di queste realtà ha la sua consistenza. Si ipotizza che queste consistenze diverse siano modi di una consistenza unica, indifferenziata, di una consistenza in sé; cioè che primariamente le cose consistano nel consistere e che la loro differenziazione non sia la condizione costitutiva, irrinunciabile, ultima di ogni consistere concreto. Si ipotizza che esser-Parmenide ed esser-capra implichino un essere-senza-attributi, senza ciò che lo rende ora Parmenide ed ora capra. Questa appunto l’ipotesi da demolire.

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