In memoriam: Silvano (Francesco) Livi (1947-2025)
In memoriam: Silvano (Francesco) Livi
(1947-2025)
Pier Francesco Zarcone
Nella notte tra il 23 e il 24 novembre 2025 è morto all’ospedale di Pistoia Silvano (al secolo Francesco) Livi, una figura ben nota a molti ortodossi in Italia. Abbiamo atteso il quarantesimo giorno dal decesso per scrivere di lui, per non turbare i quaranta giorni del lutto con notizie controverse.
Abbiamo conosciuto bene padre Silvano ai tempi in cui si formava la nostra comunità parrocchiale: lo abbiamo visitato diverse volte in Toscana, e lui e alcuni suoi confratelli e parrocchiani sono venuti in visita a Torino. Abbiamo partecipato assieme in diverse occasioni a incontri tra ortodossi, e il nostro parroco ha addirittura tenuto aperto il monastero di Pistoia nell’estate del 1999, nel corso di una visita (che si è rivelata di cattivo auspicio) di padre Silvano in Grecia. Tutto questo lo ricordiamo per sottolineare come il nostro ricordo di lui (che è un insieme di alcune parti dolci e molte parti amare) è basato su conoscenza ed esperienza diretta.
I ricordi che hanno pubblicato di lui in rete, come quello del suo collega e nostro comune amico Edoardo Bianchini, lo descrivono come una persona di profonda cultura e di vasti interessi: è doveroso aggiungere che è stato anche un uomo di grande generosità, che si è saputo privare di molto per consentire una vita migliore a tante persone in difficoltà. Purtroppo, temiamo che non sarà ricordato soprattutto per questi aspetti positivi, ma piuttosto per i suoi capricciosi cambiamenti di chiese e di giurisdizioni, che hanno danneggiato irreparabilmente la sua reputazione e, cosa molto più grave, le vite di tanti cristiani ortodossi.
Ordinato al presbiterato nella diocesi cattolica di Pistoia il 25 giugno 1977, vi svolse diversi incarichi, mentre continuava a risiedere nella casa di famiglia a San Felice (una villa signorile nei colli a nord di Pistoia, dotata di una cappella privata), dove aveva organizzato una comunità di accoglienza per giovani a rischio. Alcuni lo ricordavano come un parroco contestatore, e anche se non abbiamo conoscenze di quel periodo che possano avvalorare tale asserzione, non è cosa difficile da credere, visto l’itinerario dei suoi anni successivi.
Ben presto sviluppò un interesse per i riti orientali (lavorava anche per l’Ufficio liturgico diocesano), e prese contatti con la diocesi italo-albanese di Lungro in Calabria. Per accomodare questo suo nuovo interesse, il vescovo di Pistoia gli concesse il ruolo di vicario per i riti orientali: un incarico singolare, visto che (come lui stesso ebbe a raccontarci) nella diocesi c’erano solo poche famiglie italo-albanesi. Ciò fu comunque sufficiente per trasformare la propria cappella adattandola al rito bizantino, e a fargli prendere contatto con gli ortodossi. Nel 1984 don Francesco chiedeva l’ingresso nella Chiesa ortodossa russa (che a quel tempo, avendo un decanato composto quasi esclusivamente da chierici italiani, era l’unica che sarebbe stata disposta a riceverlo): in tutto, era stato prete cattolico per soli 7 anni.
Le circostanze della sua ricezione nell’Ortodossia non sono state finora chiarite pubblicamente, ma vale la pena menzionare un dato: il clero italiano del Patriarcato di Mosca si spese a rischio personale per permettere il suo ingresso, che a quel tempo era piuttosto controverso, soprattutto per uno che voleva continuare il proprio ministero nel territorio della stessa diocesi cattolica dove aveva ricoperto ruoli di spicco. In particolare, il decano padre Gregorio Cognetti arrivò perfino a una misura di ricatto, avvertendo l’allora esarca per l’Europa occidentale, il metropolita Vladimir (Sabodan) di Rostov, in seguito primate della Chiesa ortodossa ucraina, che il decanato italiano sarebbe passato in blocco a un’altra giurisdizione se a don Francesco non fosse stato concesso l’ingresso nella Chiesa russa. Il metropolita non oppose obiezioni, e don Francesco fu accolto per vestizione nell’Ortodossia, tonsurato monaco con il nome di Silvano, e assegnato alla carica di padre spirituale del decanato, come da statuto interno che richiedeva uno ieromonaco per questa forma di servizio.
Non passò molto tempo prima che il nuovo ieromonaco si spingesse a dichiarare la necessità di un vescovo per l’Italia, indicando con prevedibile immodestia la sua persona come candidato ideale. In retrospettiva, tutto suggeriva che questa ambizione fosse mal riposta: padre Silvano era un neofita, era stato accettato in un modo che non ispirava una particolare fedeltà alla Chiesa, ed era debole di conoscenze linguistiche (in tutta la vita non riuscì a imparare altro che un poco di francese). Questa ultima carenza sarebbe stata tollerabile in un episcopato già formato nei paesi occidentali, ma era disastrosa in prospettiva di un’interazione con l’episcopato del Patriarcato di Mosca.
Le ambizioni personali e le tensioni crescenti portarono a una completa rottura con padre Gregorio Cognetti (senza il cui intervento padre Silvano non avrebbe neppure occupato il ruolo che aveva nel decanato d’Italia). Fino alla sua morte nel 1998, padre Gregorio non cessò di considerare padre Silvano un pericoloso manipolatore.
Un nuovo corso si aprì attraverso l’intervento e l’amicizia del metropolita Amfilohije (Radović) del Montenegro, che conosceva bene l’italiano grazie ai suoi studi a Roma, e che si adoperò per far ricevere padre Silvano nella Chiesa ortodossa serba. Qui il suo eremo di Pistoia fu elevato a livello di monastero, gli fu dato il titolo di igumeno, ed è a questo periodo che risale la sua conoscenza con la comunità torinese che è stata il nucleo fondatore della nostra parrocchia.
Dopo la morte di padre Gregorio Cognetti (e purtroppo, contro il suo consiglio di lasciar perdere padre Silvano), a Torino ci adoperammo, se non per farlo rientrare nella Chiesa russa, almeno per distendere e rinsaldare i suoi legami con le altre comunità ortodosse italiane. Se fosse rimasto, da igumeno di un monastero sotto la Chiesa serba, in buoni rapporti con gli ortodossi italiani di altre giurisdizioni, si sarebbe potuta aprire una nuova pagina serena nell’Ortodossia italiana. Il suo vescovo ordinario, il metropolita Jovan (Pavlović), era favorevole alla fondazione di una federazione inter-giurisdizionale degli ortodossi italiani: una prospettiva forse utopistica, che tuttavia lasciava agli ortodossi italiani un notevole campo d’azione, in cui padre Silvano avrebbe potuto offrire un buon contributo… ma così non fu. Padre Silvano sviluppò un’intensa avversione per il suo metropolita, in un’inquietante parallelo con il conflitto che aveva avuto anni prima con padre Gregorio Cognetti. Non ci voleva la lungimiranza di un’aquila per capire che al fondo di questo conflitto c’erano le sue ambizioni all’episcopato.
Nel 1999 le speranze di riconciliazione con il metropolita Jovan erano ormai perdute. Padre Silvano era andato perfino a Mosca a chiedere di poter rientrare nella Chiesa russa, sbagliando totalmente approccio: invece di proporre umilmente di riprendere il proprio ruolo passato, cercò di incantare i rappresentanti del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne con un miraggio di Ortodossia italiana che avrebbe dovuto realizzarsi a breve sotto i loro occhi, e naturalmente sotto la sua guida. Stando a quanto ci riferirono i nostri confratelli di Mosca, a loro “sembrava di parlare con il presidente della Repubblica Italiana”. Menzioniamo il fatto non tanto per sottolineare che padre Silvano non aveva per la diplomazia più talento di quanto non avesse per le lingue, ma per indicare quanto sarebbe stata ipocrita negli anni successivi la sua avversione a Mosca, giustificata con un castello di carte di ecclesiologie “tradizionaliste”.
Fu così che nell’estate del 1999 padre Silvano andò in Grecia per quello che definiva un “viaggio esplorativo” per trovare una nuova sistemazione ecclesiale. Dato il particolare status della Chiesa autocefala di Grecia, le prospettive per chi voleva legarsi alla Chiesa greca senza andare a vivere in Grecia erano limitate al Patriarcato di Costantinopoli (da cui padre Silvano si distanziava per posizioni tradizionaliste e anti-ecumeniste), oppure a una delle diverse giurisdizioni dei vecchi calendaristi (che però avrebbero comportato l’uscita dalla comunione ortodossa, ovvero dalla quasi totalità degli ortodossi in Italia). Fu proprio quest’ultima la scelta che fece padre Silvano, e che si è rivelata sciagurata (o come ci disse nel 2003 a Cetinje il metropolita Amfilohije, “disgraziata”, termine che illustra in tutti i sensi l’itinerario dell’amico che egli stesso aveva voluto aiutare). Tradendo il Patriarcato di Serbia (proprio nel 1999, quando i serbi soffrivano ancora per i bombardamenti e per lo stupro del loro paese per opera della NATO), padre Silvano si accorse che non solo non era sostenuto dai suoi amici (che avevano cercato di dissuaderlo da questa mossa), ma neppure dai suoi parrocchiani italiani, che per la maggior parte lo lasciarono.
I suoi anni da vecchio-calendarista furono un continuo oscillare tra roboanti pretese di sviluppo di un’Ortodossia italiana, insulti lanciati un giorno sì e un altro pure a quelle Chiese ortodosse che lo avevano accolto e sostenuto, ricuperi e perdite di micro-comunità e di chierici vaganti che lo abbandonavano con la stessa velocità con cui lo avevano cercato, e tentativi di fare passi più lunghi delle sue gambe. Grazie all’aiuto di consiglieri giuridici di una certa levatura, era invece riuscito a dare all’associazione religiosa da lui presieduta un invidiabile status legale, che culminò nel riconoscimento di una personalità giuridica. Cosa per lui più importante, ricevette finalmente nel 2004 dai vecchi calendaristi greci l’episcopato a cui aveva tanto ambito… e che si rivelò ben presto fallimentare, secondo lo schema ben noto a chi conosce i fenomeni dei “vescovi vaganti” nel mondo. E in modo conforme a questo schema, nel giugno del 2020 lasciò il sinodo dei vecchi calendaristi proclamando per se stesso e per i suoi pochi seguaci rimasti un’autocefalia piuttosto patetica. Ormai la sua versione personale dell’arca della salvezza doveva fare acqua da tutte le parti, tanto che nel 2023 fece domanda di riammissione e fu reintegrato nella Chiesa cattolica, come don Francesco già vescovo Silvano già don Francesco.
Quando lo frequentavamo, ebbe modo di raccontarci di avere incontrato a suo tempo al Monte Athos l’anziano Paisios (poi canonizzato come santo), che lo abbracciò fraternamente predicendogli che la sua vita sarebbe stata una continua serie di lacrime. Se fu indubbiamente così per lui, lo fu in grande misura anche per noi, che per decenni abbiamo visto l’Ortodossia italiana maltrattata dalla sua attitudine del genere “un passo avanti e tre indietro”.
Quali sono le lezioni che possiamo imparare dalla tragica storia di padre Silvano?
• Prima di tutto, che la fedeltà alla propria giurisdizione ha un grande valore. Dovrebbe essere trattata né più né meno come la fedeltà coniugale. Quando un non ortodosso entra a far parte della Chiesa, fa un giuramento di fedeltà, che ha la sua importanza. Ci sono certamente motivazioni che possono giustificare un passaggio giurisdizionale, così come ce ne sono per un nuovo matrimonio, ma la parola data resta per sempre a ricordarci la debolezza della mancata fedeltà a un impegno. Un passaggio di giurisdizione ecclesiale dovrebbe essere visto come il trapianto di un organo: di una certa utilità se proprio necessario, ma certamente da non fare in serie.
• In secondo luogo, che un’attitudine da voltagabbana una volta divenuti ortodossi non fa che gettare discredito sulla Chiesa, e in particolare sugli ortodossi italiani, che per le decisioni sconsiderate di poche persone finiscono tutti per acquistare la nomea di persone pretenziose e incontentabili. Non importa quanto sia difficile il processo di costruzione (o, in prospettiva storica, di ricostruzione) di un’Ortodossia italiana: se è lento e costante porterà frutto; se invece è capriccioso come l’itinerario di padre Silvano, farà solo capire quanto siamo inaffidabili.
• In terzo luogo, che invece di un vescovo italiano, all’Ortodossia italiana servono comunità locali attive e costanti. Certo, può far piacere che un vescovo abbia attitudini positive, incoraggiando l’ordinazione di candidati locali, l’uso della lingua italiana nelle funzioni e nelle attività parrocchiali e la traduzione di testi non ancora disponibili in italiano: tutte queste cose si vedono già nelle giurisdizioni ortodosse presenti in Italia, e non c’è alcun bisogno di forzarne la realizzazione. Se avesse agito su queste linee, padre Silvano avrebbe evitato epiche figuracce, come le sue “profezie” anti-ecumeniste secondo le quali i cattivi patriarchi compromessi con il Vaticano avrebbero “presto” liquidato i loro chierici italiani e chiuso le loro parrocchie.
• In quarto luogo, che un cambio di giurisdizione, se necessario, dovrebbe essere fatto in situazioni di “tabula rasa”: va bene portarsi dietro un cambio di vestiti (per dignità) e il proprio spazzolino da denti (perché non lo userebbe nessun altro), ma portarsi dietro parrocchie, monasteri con cappelle, associazioni legali e quant’altro fa pensare al loro uso come strumenti di ricatto (o di ripicca).
Questo è quanto avevamo da dire (da oltre un quarto di secolo) a un nostro confratello al quale siamo stati sinceramente legati, senza livore nei suoi confronti, e senza pretese di offrire dietrologie psichiatriche ai suoi comportamenti. Riconosciamo che in tutte le sue peripezie non ha mai tradito la sua fede in Cristo (e questa non ci sembra poca cosa), e preghiamo il Signore di perdonare tutti i suoi peccati e di accoglierlo nel proprio abbraccio di amore eterno.


